Gennaio 2018: com’è diventata la mia città

Gennaio 2018: com’è diventata la mia città

Com’è diventata la mia città?
Luci da paese dell’est prima della ripresa contrapposte a grandi proiezioni 3D sui suoi monumenti.
Da un lato la grandiosità delle opere architettoniche degli ultimi anni e dall’altro la crisi che si percepisce ad ogni passo.
L’apparenza e l’essenza si danno appuntamento in piazza.
Ti ricordi il negozio storico di X? L’hanno chiuso.
Gli ex benestanti si augurano buon anno, nella speranza che ci sia ancora il piatto sulla tavola ed esista un futuro per i loro figli.

E poi ci sono gli schiavi di qualche padrone un po’ imbroglioncello e arrogante, che vivono dicendo sempre “sì signore!”, fingendo ammirazione e prostrandosi ai suoi piedi per la grazia ricevuta. Sono come degli attori dilettanti di quel Teatro imponente dell’apparenza che forse non verrà mai inaugurato. Del resto si campa con il denaro e per averne – spesso – è necessaria un po’ di ipocrisia; bisogna scendere a compromessi, imparare ad adulare i padroni. Le colonne del Teatrone ricordano l’architettura del Palladio – dicono – ma, in realtà, sono imparagonabili all’armonia e alla bellezza delle opere palladiane.

La mia città mi rende straniera tra le sue strade. Devi dichiarare ai quattro venti a chi sei figlio o nipote, “a chi appartieni”, per essere riconosciuto frutto di queste terre.
Via Giovanna dell’Aquila, all’incrocio con via Anna Carafa, mi racconta la storia dei miei bisnonni e dei loro nove figli, otto femmine e un maschio, di mia nonna – la più grande – che ricamava sul balcone insieme alle sue sorelle mentre gli spasimanti passavano e ripassavano per guardarle.
Una strada che ora non ha più l’anima, i suoni e gli odori di un tempo.

L’ingresso sul corso del Palazzo del Principe, una volta, era la bottega di alimentari di mio nonno. A Natale comprava i prodotti migliori che si potessero avere e gli rimaneva sempre qualche prelibatezza sofisticata sul groppone.

A volte cammino forestiera rasente ai muri, come faceva il poeta Libero de Libero, o al centro della strada, come il regista Giuseppe De Santis che, diventato romano, passeggiava spesso e volentieri tra le strade della sua Fondi.

La mia città è una città piena di ombre, come tutte le città. Non è più molto sicura, come qualsiasi posto del mondo.
Mi guarda e mi dice “vai via”. E lo dice a molti, mentre li illude di illuminarli con i suoi complimenti e con quelle sue lucine smorte.

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